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LUCA CARRA’


Alcune foto di Luca Carrà


Fotografo professionista dal 1979 si occupa prevalentemente di fotografia d’architettura e di opere d’arte, lavorando per le più importanti riviste italiane e per famose case editrici in Italia ed all’estero.

Ha realizzato anche campagne pubblicitarie, pubbliredazionali e brochures per : Modiva, Moplefan, Fratelli Rossetti, Fidji, Ghibli, I.T.V., Amway, Touring, Mini D, Cappelletti, Hermes, Studio Cibic, Piazza Sempione e Ferro gioielli.

Parallelamente al lavoro commerciale da sempre ritrae personalità del mondo dell’arte e della cultura. I suoi ritratti negli ultimi quattordici anni vengono regolarmente pubblicati dalla rivista “Juliet Art Magazine”.

Ha tenuto mostre presso la Galleria Dantesca di Torino, Galeria Tovar & Tovar di Bogotà, la Galleria Pegaso di Forte dei Marmi, la Galleria Derbylius di Milano, la libreria Feltrinelli di Milano, l'Università Cattolica ed il Lattuada Studio sempre di Milano; sue fotografie sono state esposte più volte presso la Fiera dell’Arte di Bologna, la Galleria L’Affiches di Milano e la mostra itinerante sui diritti dell’uomo.

Ha insegnate tecniche e storia della fotografia presso l’Ateneo Artistico 3 A di Milano nei primi anni ottanta.

Attualmente, parallelamente all’attività commerciale  per diversi editori e a numerosi libricini  realizzati in tirature limitate per le edizioni del Pulcinoelefante, sta sviluppando una ricerca sui monocromi fotografici sperimentando nuovi supporti come carte da acquarello e carte orientali fatte a mano, senza peraltro trascurare le nuove tecnologie che la rivoluzione digitale ha ormai introdotto. Anzi ,negli ultimi  anni, l’utilizzo del computer lo ha portato ad una nuova interpretazione del colore, potendolo manipolare personalmente come aveva sempre fatto in camera oscura per il bianco e nero. Questo gli ha permesso di lavorare in modo nuovo sia sui ritratti che spesso sono stati utilizzati per copertine di dischi sia in altri campi  dove la rivisitazione dei colori ha aperto nuovi orizzonti.

 


 

RECENSIONI

 

Le cianografie di Luca Carrà

Di Vittorio Fagone

direttore dell’Accademia Carrara di Bergamo

 

Gli approfondimenti creativi del linguaggio della fotografia sono obbligati a una preliminare e per molti aspetti decisiva opzione: intervenire sui meccanismi della ripresa e sui risultati di questa modificando l’immagine così ottenuta, o lasciare inalterata la processualità automatica dell’ “atto fotografico” - e le inseparabili implicazioni strutturali di un paradossale ma non inconseguente “inconscio tecnologico” - a vantaggio di un’esaltazione della complessità dell’”icona” fotografica, sollecitata attraverso una scansione singolare dei processi di sviluppo e di stampa e con l'impiego di materiali non convenzionali come supporti sensibili.

Luca Carrà, fotografo noto per molti incisivi ritratti di scrittori ed artisti, nel suo più diretto lavoro sperimentale privilegia, come ben dimostra questa mostra, la seconda delle due strategie indicate.

Le “Cianografie” che egli ha realizzato nel corso degli ultimi tre  anni, dentro un flessibile ma riconoscibile modello di ricerca, affidando molte delle loro suggestioni al colore, fluido e dilagante sulla carta d’acquarello e virato verso una risoluzione monocromatica, e alla materialità corposa e goffrata delle carte, spesso vivacemente pigmentate, sulle quali l’essenziale e deciso segno fotografico viene a depositarsi assumendo un’obliqua evidenza.

“Diario” raccoglie, in una serie di trenta immagini trascolorate e insieme nitide, emblemi e figure di una quotidianità per intero consegnata alle “cose” che esprimono senso e realtà, ma che sono anche tracce inequivocabili di comportamenti e non anonimi rituali domestici.

In “Viaggio”, nove immagini vengono ordinate in una sequenza in cui le “viste” di un’automobile si concatenano dentro una riflessività ambigua che ora allude a uno slittante movimento meccanico ora inquadra , in ellittiche e mai chiuse “cornici”, frammenti di paesaggi memorabili colti però un attimo prima della loro cancellazione per distanziamento.

La variata iterazione di un punto di osservazione o di un elemento rappresentativo simbolicamente concluso e definito é alla base di    una singolare configurazione di immagini , scomponibili in unità identiche o similari  e tuttavia articolate dentro una particolare  “prosodia “dove é il supporto colorato a stabilire cadenze e accensioni rivelatrici.

 “Erbario” e “Leica”, che rispettivamente fanno riferimento alla infinita varietà dei cataloghi fotografici possibili e all’obbligata costanza dei processi di riproduzione automatica dell’immagine dimostrano quanto efficace possa risultare l’intervento, tecnico e poetico, del fotografo-autore nell’orientare analisi e riconoscimenti della processualità fotografica e nel provocare il contemporaneo coinvolgimento, percettivo ed emozionale, dello spettatore.

Il produttivo gioco linguistico degli addizionamenti e degli spostamenti iconografici trova nelle più recenti ricombinazioni di immagini in sequenza, “Mercato” e “Cavalli a dondolo” un’ulteriore complessione.

La vistosa disposizione verticale della serie mobilizza l’oggetto rappresentato e l’aura empatica in cui si dà ogni rappresentazione esteticamente connotata.

Il risultato é ora un’oscillazione e un va e vieni del senso definito delle immagini  radunate dentro una sola complessiva e generante figura.

 

 

 

Sull’autore

Di Nino G. Gualdoni

 

Si da il desiderio di rimanere nel solco del passato.

E’ forse difficile per un europeo e per un italiano in particolare, considerare una ricerca nel campo immagine in modo totalmente indipendente dalla soggettività; la nostra tradizione non si dispone immediatamente all’immagine prodotta nel distacco e nella distanza per fare invece suonare il basso continuo del soggetto come soggetto che tende alla manifestazione di sè, sia essa modificazione, impressione o espressione.

Delle modificazioni del territorio e degli interventi su di esso da parte dell’uomo, si occupano in America i New Topographers (Deal, Baltz, Adams), realizzando la loro ricerca su una poetica di autonoma registrazione della realtà, nella esclusione intenzionale del soggetto; l’autore non deve fare altro che riprodurre il volto del mondo in modo automatico sfruttando l’obiettivo del mezzo fotografico e accantonando ogni momento soggettivo, per affidare l’immagine solo ed esclusivamente agli oggetti: “lascia che i fatti parlino da soli”.

Se le fotografie di Carrà hanno come referenti città ed autostrade riprodotte nella loro massiccia presenza di oggetti visivi, la sua ricerca non si muove tuttavia su una poetica new topographic, per porsi anzi in modo critico nei suoi confronti e mantenere l’accento sul ruolo del soggetto. E forse viene alla luce il peso della tradizione in questo rifiuto dell’abbandono completo alla realtà; è un mantenersi nel solco di questa storia che mette in rilievo l’attività del soggetto, come soggetto che da vita ad una immagine che significa: il senso non sta nelle cose e nell’autonomia del medium, ma nella scelta delle forme, nella visione che sceglie e che forma.

Così, in questa distanza dai New Topographers la poetica di Carrà si avvicina alla tradizione della Nuova Oggettività, riproponendo intenzionalmente un recupero delle origini, poiché si ritiene che la forza della storia non si sia inaridita. Gli oggetti vengono allora scelti proprio dal soggetto che dal suo punto di vista ne organizza le forme ed i significati, ne compone gli elementi in un complesso, nell’intento di rendere significative le cose ed il loro volto.

Ma è proprio nella scelta dei riferimenti più che nella loro forma che si gioca lo scarto che queste immagini fanno scattare nei confronti della tradizione a cui si riferiscono. Le strade ed i ponti, tanto nel loro aspetto quanto nel loro senso, sono accanto alle macchine tra i maggiori segni della cultura della modernità, e in quanto tali sono tra i referenti elettivi della fotografia del modernismo, quando essa inseguiva la “bellezza della tecnica”.

Le strade del nuovo allora erano nuove. Ma oggi le strade ed i ponti di queste fotografie si presentano in analogia con quelle immagini ma non con quella cultura, la notte ed il vuoto hanno sostituito il movimento e le tensioni, e lo sguardo non fissa nulla davanti a sè.

Qui, i rimandi ad una poetica del passato non nascondono che il loro senso si è invertito.

 

 

 

INTERVISTE

 

Luca Carrà, un fotografo a Milano

 

Tanti scatti in bianco e nero per raccontare la città monumentale, per ritrarre personaggi famosi e tipici dei Navigli. Incontro con un Luca Carrà che guarda Milano da dietro un obiettivo. Una galleria di immagini con volti noti, personaggi di quartiere e scorci suggestivi

 Qual’è la tua formazione... come hai cominciato a fotografare

Credo di aver sempre fotografato fin da bambino con le tipiche Kodak portatili. Non ho frequentato scuole di settore, ho una formazione da autodidatta. Fin da ragazzo avevo la mia piccola camera oscura, in cui ho cominciato a sperimentare con il bianco e nero. E' una tecnica che mi ha affascinato fin dall’inizio della mia esperienza in questo campo, perchè ti permette di padroneggiare ogni fase della costruzione dell’immagine, dalla composizione o scelta del soggetto fino alla stampa..

Quindi per il tuo lavoro sei partito con il tuo book sottobraccio per mostrarlo nelle varie agenzie?

Ho frequentato per tre anni il DAMS di Bologna dove mi hanno affascinato le teorie sulla comunicazione di Thomas Maldonado. Però mi sono reso subito conto che il DAMS non offre molto dal punto di vista pratico e quindi mi sono rivolto subito alla sfera professionale. Ho fatto l’assistente a un fotografo di moda degli anni sessanta Alfa Castaldi. Più che un tecnico era un poeta della fotografia, vicino agli ambienti artistici e amico di Mulas. Tramite questo lavoro ho conosciuto un pò di gente di Vogue e ho lavorato come assistente dei fotografi americani che passavano da Milano. Nel '79 ho aperto il mio studio e ho abbandonato il circuito professionale della moda per lavorare su immagini di architettura e sul ritratto (vedi galleria di immagini). Parallelamente svolgevo lavori commerciale per banche, case editrici, riviste come Vogue Casa, Abitare, Spazio Casa.

Quali sono le correnti artistiche o i fotografi che ti hanno più influenzato

Amo molto la fotografia americana degli anni '30, Weston per me era un grande... anche il Gruppo 64 ha prodotto immagini splendide.

Parlaci della serie “Navigli”

Ho iniziato a conoscere la zona dei Navigli frequentando le osterie, poi l'ho scelta per sistemarci il mio studio. E' un quartiere dai due volti: di sera si popola della fauna notturna amante dei nuovi locali di tendenza, che hanno sostituito i vecchi bar dove i vecchietti giocavano a scopa. Di giorno è un “ambiente da paese”, dove tutti si conoscono come in un grande ed esteso vicinato. Con la serie fotografica dei Navigli ho cercato di documentare gli attuali cambiamenti in cui vecchio e nuovo si contaminano attraverso la commistione dei nuovi abitanti (architetti, fotografi, pubblicitari e creativi in genere) con quelli storici: l’artigiano, il piccolo commerciante (vedi galleria fotografica in basso) che tengono in vita quell’atmosfera particolare che ancora oggi si respira lungo queste strade.

 

 

Il background di un fotografo

 

Le nuove tecniche fotografiche, il mercato della fotografia a Milano e il rapporto con la pubblicità.

Che rapporto hai con il digitale?

Oggi è una tecnica più che mai necessaria, siamo passati dalla grana ai pixel. L’uso del digitale sia dal punto di vista commerciale che creativo, grazie a programmi come come Photoshop, permette di reinventare la foto. E' accentuare quella mancanza di oggettività, che caratterizza ogni inquadratura e ogni foto, perchè necessariamente sottoposta alla creatività del singolo fotografo e alle sue scelte e inclinazioni estetiche.

Che tipo di macchina usi?

Preferisco la Leica per i ritratti, perchè è una macchina che fa poco rumore e quindi è discreta, in alternativa scelgo il banco ottico con lastre, da usare sia in studio che in esterni.

Come vedi la situazione del mercato per la fotografia in Italia?

Langue... Siamo distanti da tutto il mercato europeo, perchè le poche gallerie che si occupano specificatamente di questo tipo di immagini preferiscono il nome famoso di un fotografo. Possibilmente morto. A questo si aggiunge la strana prassi del mercato (anche internazionale) delle tirature, che trovo un errore visto che la fotografia è non una tecnica mutuata dall'incisione (per la quale esiste una tiratura limite dovuta all’usura della lastra per la stampa). Per la fotografia questo problema non esiste, perchè la luce non rovina il negativo. Il mio lavoro, d'altro canto, è più legato a una dimensione artigianale in cui sono presente a ogni passaggio, dell'ideazione, allo scatto, alla stampa. Ecco perchè uso molto il bianco e nero, con cui puoi controllare ogni fase del lavoro.

Qual’è il tuo rapporto con la pubblicità?

Ho lavorato molto negli anni ottanta quando vi erano budget molti alti per la pubblicità, più recentemente invece il settore ha avuto contraccolpi e ha cominciato a ridimensionarsi e dunque ho cercato altri canali.

Nella serie fotografica da titolo “Diario” utilizzi carte non fotografiche, una scelta quasi pittorica.

Non tanto pittorica, perchè il dettaglio ti svela la precisione della fotografia e il gusto del particolare. L’impiego della carta fatta a mano, mi ha portato a un uso delle polveri e dei pigmenti, in cui il gusto tattile della superficie e del trattamento manuale si addice alla mia voglia di essere un artigiano della fotografia.

Non ti ha mai affascinato il “reportage verità”?

Decisamente no! Mi sono occupato più di reportages di architettura (Mackintosh a Glasgow, Olbricht a Darmstad) e diari personali fatti nei miei viaggi in Europa, Nord Africa, America ed oriente.

 


I consigli di un professionista

 

La professione del fotografo è una delle carriere auspicate da molti giovani creativi: Luca Carrà ci svela luci e ombre di un settore fra creatività e servizio.

 Che consigli daresti ad un giovane che voglia intraprendere la carriera fotografica

Non credo molto nelle scuole, perchè quando mi capita di avere assistenti che provengono da vari istituti, noto che hanno una preparazione teorica ma nessuna conoscenza pratica del mestiere. Il tutto miscelato a tanta arroganza dovuta alla mancanza di conoscenza del mondo professionale. Perciò se non devono lavorare alla copertina di Vogue non vale nemmeno la pena di lavorare. Invece anche i grandi fotografi fanno lavori più commerciali. Consiglierei dunque di cominciare con più modestia e per le scuole optare per quelle estere, specialmente elvetiche dove si sono formati fotografi come Christian Vogt e Oliviero Toscani.

Cosa pensi di “Fabrica” la scuola diretta da Toscani

Credo sia interessante visto che, l’insegnamento è fatto tramite work shop; lui è un grande fotografo che ha avuto alcune cadute di gusto, ma ha contribuito allo sviluppo del linguaggio pubblicitario con storiche campagne fin dagli anni settanta.

Angelo Bianco 


www.fotoluca.com


Luca Carrà

Via Casale, 7

20144  Milano

Tel. 02-58102845

Mobile. 335-8192463

E-mail: fotoluca@fastwebnet.it