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VERONICA FERRETTI


“Uno sguardo sull’arte” - Rubrica curata da Veronica Ferretti per Forte100

ferretti@forte100.com



La donazione di Francesco Mattei di Seravezza e il concorso per la facciata

della Basilica di San Lorenzo a Firenze (1900 – 1905)

di Veronica Ferretti



Nell’ambito della mostra “Michelangelo a Forte dei Marmi”, promossa dalla Amministrazione Comunale di Forte dei Marmi come significativo omaggio al genio di Michelangelo nell’anno in cui si celebra la nascita della Versilia Storica, si inserisce una sezione che riguarda i progetti del concorso bandito nel 1900 per la realizzazione della facciata della Basilica di San Lorenzo che rimane incompiuta dopo che il papa Leone X sollevò nel 1520 Michelangelo dall’incarico, e la generosa donazione al Comune di Firenze di Raffello Mattei da Seravezza in memoria del fratello Francesco per la realizzazione di tale opera.


In data 22 dicembre del 1901 il professor Raffaello Mattei dettava al notaio Alberto Paoletti le sue volontà in un testamento che veniva pubblicato il 6 febbraio del 1905 in Firenze nel  locale della prefettura in piazza San Martino. Il Professore Cavalier Raffaello Mattei, del fu Giovanni, morì il 28 gennaio del 1905 e lo stesso giorno il notaio dava lettura di quanto segue: “Considerato che quasi tutto il mio patrimonio mi proviene da mio fratello Francesco; Considerato che egli desiderava ardentemente la conservazione della famiglia e che avrebbe lasciato tutte le sue sostanze a vantaggio delle Chiese di Firenze qualora io non mi fossi ammogliato; Considerato che mio figlio è contrario al matrimonio e che d’altra parte egli può discretamente vivere con la parte del patrimonio che gli spetta per legge, mi credo in dovere di porre ad effetto, per quanto mi è possibile, le volontà manifestate da mio fratello prima del mio matrimonio e stabilisco quanto appresso:

Lascio la metà delle mie sostanze al Municipio di Firenze perché istituisca un fondo da chiamarsi “Fondo Francesco Mattei di Seravezza” di cui i frutti siano erogati a benefizio della conservazione delle chiese monumentali della città.

Memore che mio fratello avrebbe desiderato che parte almeno del suo patrimonio servisse alla costruzione della facciata del Duomo di Firenze, desidero che qualora alla mia morte la facciata della Chiesa di S. Lorenzo non sia stata cominciata, si costruisca a carico di detto fondo.”













































Ma chi erano i Mattei di Seravezza? Appartenenti al casato seravezzino i Mattei erano una nobile famiglia tanto ricca quanto devota da essere ricordata nel duomo di Seravezza nella Cappella delle Anime del Purgatorio. Dediti al commercio dei tessuti e all’escavazione del marmo, i Mattei erano molto uniti e molto rispettati dalla comunità locale essendo, nei confronti della stessa, generosi benefattori. Francesco era nato il 24 ottobre del 1816 da Giovanni di Luigi Mattei e da Maria Anna di Domenico Antonio Menconi.

Al momento della sua morte, nel 1885, Francesco lascia in eredità al fratello Raffaello, medico illustre dell’Università di Siena la quota di sua proprietà rilevata dalla disciolta società Compagnies des Marbres d’Arni et des usines de Belvoye. Quando Raffaello Mattei nel 1888 la venderà ricaverà 2.620,80 lire. Con questa cifra acquista Palazzo Mattei in piazza Strozzi e numerosi poderi a Fiesole che al momento della sua morte, per rispettare le volontà del fratello maggiore, in pieno accordo con la sorella Rosa Maria, madre del famoso Bettino Pilli, medico e personaggio politico ancora oggi ricordato a Seravezza come “il medico dei poveri” e promotore di molte imprese a sostegno della classe operaia, lascerà al Comune di Firenze.

Ma per capire da dove provenisse il patrimonio di Francesco Mattei bisogna ricostruire brevemente la vicenda dei Beni Comunali di Terrinca, riguardanti l’Alpe di Terrinca e la Valle d’Arni, che il 10 giugno del 1854 furono acquistati dall’avvocato Giuseppe Santini di Seravezza, già direttore delle miniere di Cinabro di Ripa e di quelle di piombo argentifero di Val di Castello.

Il valore di quei terreni e degli agri marmiferi acquistati a vario titolo dal Santini raggiunse ben presto cifre astronomiche in quanto il Santini si fece promotore della apertura di una strada che raggiungesse la Valle d’Arni e quindi Castelnuovo di Garfagnana, in alternativa al tracciato tra Stazzema e Galicano, agevolando così uno sviluppo colossale all’escavazione dei marmi della Valle d’Arni destinata a competere con Carrara.

Santini si impegnò con tutte le sue forze, insieme a Angelo Vannucci e all’impresario laziale Giovanni Costantini per la costruzione della strada; quest’ultimo si incaricò anche di studiare un progetto che non fu mai perfezionato.

Tutte le proposte tecniche e finanziarie avanzate dal Santini, dal Vannucci e dal Costantini caddero nel vuoto per cui il 28 marzo 1866, con atto rogato dal notaio Luciano Del Chiaro di Livorno, il Santini deluso dall’inutilità degli sforzi compiuti vendeva tutti i diritti di proprietà, condominio ed escavazione da lui posseduti nei Comuni di Seravezza, Stazzema e Vagli di Sotto alla ragione commerciale C.A. Dalgas & C. di Livorno.

La Societé Financiére di Parigi stipulava il 13 luglio del 1872 un contratto d’acquisto con la Dalgas di Livorno che cedeva tutti i beni e i diritti che furono del Santini per la cifra di 460.000 lire. Più tardi, il 30 dicembre 1873, si costituiva in Firenze la “Società d’Arni, per l’escavazione, la lavorazione e la vendita dei marmi” alla quale la Societé Financiére cedeva i diritti che aveva rilevato dalla Dalgas di Livorno.

Tale società, il 31 agosto del 1874, otteneva dalla Provincia di Lucca l’incarico di costruire a forfait la strada d’Arni per il transito di mezzi meccanici e di una ferrovia a scartamento ridotto per il trasporto a valle dei materiali marmiferi. L’opera per superare il colle del Cipollaio comportò la realizzazione di una galleria lunga 1.134,85 metri che, ultimata nel 1879, risultò essere la più lunga d’Italia.

L’apertura della strada coincise con lo scioglimento della Società d’Arni, che il 21 giugno 1879 si trasformò nella “Campagnies des Marbles d’Arni et des usines de Belvoye” a seguito degli accordi siglati tra i precedenti azionisti e il signor Violet che era proprietario di vari beni in Francia specie nella zona di Belvoye nella Giura.

Non avendo però raggiunto i risultati sperati, il 15 luglio del 1884, gli azionisti decisero di sciogliere la  Compagnia e di alienare tutte le sue proprietà tra Lucca e Massa che l’anno seguente furono vendute a Francesco Mattei di Seravezza per un terzo, a Jean Luis Lévrier per un altro terzo, e a Sancholle Henraux Alessandro Ruggero e alla sorella Madame Sancholle Henraux Margherita Anna Maria (coniugata con Lucien Délâtre) per il terzo restante alla cifra di 7.520,40 lire. L’atto di vendita fu rogato l’11 maggio 1885 dal notaio Charles Paul Tollù e Dufour in Parigi, e ivi registrato il 20 maggio. Gli acquirenti convenivano di non rescindere il contratto per almeno tre anni.

Successivamente con atto pubblico rogato in Firenze il 28 novembre 1888 dal notaio Francesco Paoli, Raffaello Mattei, erede del fratello Francesco, cedeva alla società Héritiers Henraux, e cioè ad Alessandro Ruggero Sancholle Henraux e dalla sorella, la propria parte di beni e diritti ottenendo un corrispettivo di 2620,80  lire.



Furono probabilmente diverse le ragioni che spinsero Raffaello Mattei a costituire un Fondo che servisse anche “per cominciare la costruzione” della facciata di San Lorenzo: prima di tutto l’amore che ogni abitante di Seravezza e ogni cavatore ha nei confronti di Michelangelo, poi il prestigio che sarebbe derivato alla famiglia Mattei con tale iniziativa, ma anche l’impulso che avrebbe avuto l’industria marmifera di Seravezza e in special modo quella dell’Henraux, per di più che il 15 aprile del 1900 era stato bandito un concorso artistico per la facciata della R. Basilica di S. Lorenzo in Firenze al quale aderirono i più famosi architetti italiani che consegnarono il progetto il 5 aprile del 1901.

Se furono forse queste le motivazioni di Raffaello Mattei riguardo alla sua Seravezza ben maggiori avrebbero dovuto essere le attenzioni che la città di Firenze doveva e poteva riservare all’attuazione di una iniziativa che, utilizzando il Fondo Mattei, avrebbe dato prestigio alla città con il completamento del fronte monumentale della suddetta basilica.

Il quadro politico fiorentino a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo era molto variegato, ma pur sempre attento a coltivare l’arte come immagine simbolo della città. Così era stato, dagli anni successivi a Firenze capitale fino ai primi del Novecento, con i sindaci e senatori Ubaldino Peruzzi, Tommaso Corsini, Piero Torrigiani, Francesco Guicciardini e Silvio Berti ma anche, pur destinando le loro prevalenti attenzioni alle sorti dei ceti meno abbienti, con i sindaci della “sinistra costituzionale”come Ippolito Niccolini o indipendenti come Francesco Sangiorgi, Giulio Chiarugi o di nuovo conservatori come il marchese Filippo Corsini.

Ubaldino Peruzzi, prima di diventare sindaco di Firenze dal 1871 al 1878, era stato ministro degli interni e aveva risposto all’appello in “difesa degli interessi della popolazione di Seravezza, occupata per intero nell’industria marmifera e dei proprietari di cave” e si era occupato del fallimento della società che gestiva le cave dell’Altissimo prima che queste passassero nelle proprietà di Bernard Sancholle Henraux.

Quest’ultimo, dopo aver offerto nel 1865 il materiale per il monumento a Dante in Piazza Santa Croce a Firenze, scolpito in marmo dell’Altissimo e inaugurato dal re Vittorio Emanuele II, donò, nel 1880, il marmo destinato alla facciata del Duomo e di alcuni ponti di Firenze, ed ebbe in riconoscimento di tale generosità e dei sempre più stretti legami tra la città del giglio e Seravezza, l’apposizione del suo stemma, un esagono con in alto tre scalpelli e in basso il profilo del monte Altissimo, sulla  facciata di S. Maria del Fiore.

Tommaso Corsini, successore del sindaco Peruzzi, spinto dall’entusiasmo per la realizzazione del monumento di Donatello, posto nella Cappella Martelli, e sollecitato dalla Commissione Artistica presieduta da Arturo Faldi a sensibilizzare pubblico ed autorità sulla questione ormai inderogabile di ornare finalmente il fronte della Basilica, formò un Comitato di artisti e di personalità del quartiere di San Lorenzo, da lui stesso presieduto e dette la vicepresidenza al medesimo Faldi e a Niccolò Martelli.

Dopo che venne organizzata una mostra inaugurata il 7 gennaio del 1900 nella quale furono esposti disegni, modelli e progetti e quanto altro gli artisti dal 1515 in poi avevano elaborato e prodotto per risolvere lo spinoso problema il “Comitato Promotore di un Concorso Artistico per la Facciata della Regia Basilica di San Lorenzo” nel proprio manifesto dettava: “Esistono tuttora e si conservano nelle pubbliche gallerie molti progetti per la facciata della R. Basilica di San Lorenzo in Firenze eseguiti successivamente dai primi del Cinquecento fino ad oggi. Ma coi criteri che ora prevalgono in fatto di lavori da eseguirsi sopra antichi monumenti, non sarebbe possibile di mettere in opera alcuno di quei progetti per due ragioni: 1° perché nessuno di essi tiene conto delle linee organiche interne ed esterne del mirabile edificio ideato dal Brunelleschi, ed eseguito dai suoi discepoli; 2° perché quei progetti (varii dei quali bellissimi in sé, astraendo dalla loro destinazione) non sono così sviluppati, che per eseguirne qualcuno non occorra rivolgersi alle interpretazioni di qualche architetto moderno”.  Quindi la commissione, seguendo la teoria di Camillo Boito secondo cui la facciata doveva dare un’idea della struttura interna dell’edificio, sulle orme del più maturo storicismo tardo ottocentesco che voleva “inventare il passato”, abbandonò la strepitosa ipotesi michelangiolesca che non rispettava i connotati dell’edificio retrostante, come è possibile riscontrare nei numerosi studi condotti dallo scultore e nel modello ligneo oggi conservato presso Casa Buonarroti.

La Giunta comunale nell’adunanza del 12 ottobre 1899 concedeva all’ex sindaco e presidente del comitato Principe Tommaso Corsini “a) il permesso dell’occupazione del suolo pubblico sulla piazza di San Lorenzo per rilievi della facciata della Basilica; (…) d) il rilevamento di alcuni rilievi davanti e intorno alla Chiesa da eseguirsi a cura dell’Ufficio Tecnico del Comune”.

Il Corsini in data 16 aprile 1900 chiedeva all’Amministrazione Comunale di Firenze di procedere “al compimento delle misurazioni e dei rilievi necessari per bandire il concorso” e il Sindaco Torrigiani, in data 23 aprile dello stesso anno, rispondeva “Con la sua del 16 corrente mi pervenne la copia degli studi compilati da codesto Comitato relativamente alle misurazioni e rilievi necessari per bandire un concorso (…) copia che è stata allocata nella biblioteca di questo Comune”.


Il programma del concorso verteva su un punto fondamentale e discriminante indicato nell’Art. 2 “È richiesto quale condizione assoluta, che la facciata si accordi intimamente, anche per i materiali da impegnarsi, colla ossatura organica costruttiva; colle forme architettoniche dell’edifizio e con lo stile e carattere decorativo delle sue parti, senza rendere necessaria alcuna modificazione nei fianchi, o nell’interno di esso”.



































Il programma escludeva quindi “ogni idea di partiti architettonici ispirati ad altri sentimenti che non siano quelli dei tempi del Brunelleschi”

I 74 progetti inviati da 53 architetti furono consegnati al Palazzo dell’Istituto di Belle Arti di Via Ricasoli, tra il 20 marzo e il 5 aprile del 1901.

La Commissione giudicatrice composta da Heyrich Von Geymüller, Marcel Raymond; Francesco Azzurri, Francesco Bartolini, Stefano Ussi, Dante Sodini ed Ernesto Basile, un anno dopo, il 23 aprile del 1901, rendeva pubblici i risultati e spiegava i criteri del proprio operato “Mentre gli antichi nelle loro creazioni liberamente e spontaneamente procedevano nell’intento di far cosa diversa dai loro predecessori e s’affaticavano nella ricerca di espressioni nuove o diverse dal sentimento di altri tempi, noi dobbiamo qui ammettere che l’artista, spogliandosi da quanto per concetti, per sentimento, per tecnica, ha assimilato del presente, si riporti ad un periodo lontano e tanto s’immedesimi delle aspirazioni e del sentire altrui da ridarci nei suoi caratteri essenziali e particolari rinnovellata l’antica arte. Penetrare intimamente e rivivere nello spirito di altri tempi! (…) Quale decorazione avrebbe mai ideato Filippo Brunelleschi per la facciata di San Lorenzo? E avrebbe egli immaginato, contrariamente forse alla generale comprensione estetica dei suoi tempi, un indissolubile legame logico costruttivo fra l’ossatura interna della chiesa e le forme decorative dell’esterno? e di tutte le forme, cui il Brunelleschi dié vita negli studi vari della sua concezione architettonica, quale bisognerebbe ammettere, quale preferire o qualch’altra addirittura escludere? Quali e quanti difficili quesiti da risolvere, o meglio, a cui non è possibile dare risposta o soluzione adeguata e che così come si presentarono al pensiero dei concorrenti dovettero essere equamente considerati dalla Commissione!” .

I nove concorrenti giudicati a pari merito furono: Dario Guidotti, Rodolfo Sabatini; Enrico Susini; Cesare Bazzani (con due progetti); Guglielmo Calderini; Luigi Caldini (con due progetti); Edoardo Collamarini.

La Commissione, date le difficoltà del tema e costatando che quei progetti avevano ancora bisogno di modificazioni e di perfezionamenti, consigliò “nuove coscienziose indagini, nuovi ingegnosi tentativi, nuovi accurati studi. Grande è la responsabilità della decisione e il far sì che la prova si ritenti con maggiore speranza di riuscita, che il meglio ancora si ricerchi, che si proceda senza troppe affrettate deliberazioni, vale anche e senza dubbio come prova adeguata di rispetto all’arte e al grande Maestro (Brunelleschi), la cui opera monumentale aspetta ed esige degno compimento. Alla commissione si presentò pertanto come unica soluzione ragionevole ed equa quella di un nuovo concorso”.

Il secondo Concorso, del 1905, decretò come vincitore Cesare Bazzani togliendo la vittoria al proprio maestro Guglielmo Calderini che, in fondo, scrive Savorra “conosceva così poco la langue di Brunelleschi”  per proporre una facciata “in sintonia con le tendenze della Società.”

Cesare Bazzani all’epoca del concorso per la facciata di San Lorenzo aveva avuto un solo importante riconoscimento pubblico vincendo, nel 1899, il concorso per il pensionato artistico internazionale con un progetto di cattedrale in stile gotico italiano, di evidente ispirazione maitaniana che gli portò una certa fama. A Firenze verrà ricordato per aver vinto, con un suo progetto, il concorso per la Biblioteca Nazionale, poi realizzata come oggi la vediamo, e a Roma quello per il Palazzo delle Belle Arti, inaugurato nel 1911 che diventerà poi la Galleria d’Arte Moderna della capitale.
































Nel frattempo le accese polemiche che sorsero a seguito dell’esito del concorso di secondo grado vedevano sfumare il sogno di dare una facciata alla basilica di San Lorenzo e come di Michelangelo Buonarroti è rimasto il modello ligneo di quella facciata, così per Cesare Bazzani, vincitore del concorso del 1905, rimane il modello in gesso policromato, oggi conservato presso la Sala del Capitolo di San Lorenzo, caratterizzato dagli intensi azzurri robbiani del timpano dalle lunette sopra i portali laterali e dalle rosse teste di serafino che si susseguono nella trabeazione minore a fondo rosso e in quella maggiore a fondo bianco. “Evidentemente il vincitore aveva tenuto conto di alcuni suggerimenti espressi dalla giuria, specialmente per quel che pertiene l’impiego, ritenuto eccessivo, di superfici o semplice intonaco liscio: nel modello i grandi campi parietali compresi tra le membrature sono trattati in modo da fingere un rivestimento in pietra forte e grandi lastre ortostatiche disposte isodomamente.(…) Nella fascia mediana della composizione, attorno agli oculi laterali ed alla grande iscrizione dedicatoria, compaiono dodici figure di angeli musicanti e di angeli cantori in rilievo le cui tipologie robbiane appaiono come filtrate attraverso un’estenuata sensibilità alla Burne Jones. Sempre nel modello, la grande epigrafe dedicatoria recita “Templum hoc D. Laurenzio Martyre dicatum / iuxta Philippi Brunelleschi exemplaria / a fundamentis extruere coeptum / italicis regis italicae gentis / stirpe conlata / frontis ornatu perfectum A.D. MCMXI”.


Nonostante tutto in data 24 marzo 1905 la Giunta autorizzava il Sindaco ad accettare, “con beneficio d’inventario a forma di legge”, il lascito di Raffaello Mattei stabilito con testamento olografo, reso pubblico appena due mesi prima dal notaro avv. Alberto Paletti e destinato alla costituzione di un fondo “i di cui frutti siano erogati a benefizio della conservazioni delle Chiese monumentali della città, e che ‘eventualmente’ debba servire anche alla costruzione della facciata della Chiesa di San Lorenzo” travisando quindi le volontà del donatore che, come già riportato desiderava “che qualora alla mia morte la facciata della Chiesa di S, Lorenzo non sia cominciata, si costruisca a carico di detto fondo”. Però gli eredi del Prof. Raffaello Mattei, ovvero il Dott. Giovanni Mattei e Tommaso Amati Cellesi marito di Eugenia Mattei, anche a nome di altri coeredi, presentarono ricorso alla IV Sezione del Consiglio di Stato contro il Decreto del Prefetto di Firenze perché “a forma dell’art. 1 della Legge 21 Giugno 1896 non autorizzano al Comune l’accettazione dell’eredità”.

Notificato il ricorso al Comune, il 2 ottobre 1905 la Giunta con una deliberazione per urgenza in data 13 luglio 1906, rispondeva agli eredi e autorizzava il Sindaco a “procedere alla divisione dell’eredità di cui si tratta, ed a stare in giudizio, per ottenere tale divisione e per tutti gli atti occorrenti ad assicurare al Comune la consegna della quota ad esso spettante nell’eredità medesimo; quale deliberazione fu partecipata agli interessati con invito a divenire senz’altro alla divisione richiesta”.

La situazione però si complicò ulteriormente quando l’Opera Medicea Laurenziana della Basilica di San Lorenzo, interessata al lascito, invitò il Sindaco Avv. Francesco Sangiorgi a intavolare “uno scambio di idee sul modo più pratico di far contribuire il legato Francesco Mattei da Seravezza ai bisogni dell’Opera, in quanto specialmente rifletta la chiesa monumentale di San Lorenzo di cui il testatore fece espressa menzione nel suo olografo di fondazione del legato (…) (Il Sindaco) spiegato lo spirito delle disposizioni testamentarie, afferma che queste non possono dar meno di rivendicare a prò della costruzione della facciata di S. Lorenzo una parte del fondo, che la liquidazione in caso costituirà in una forma di circa 600,000 lire”.


Nel frattempo l’Amministrazione Comunale in data 27 novembre del 1909 sulla destinazione da darsi al ricavato dell’eredità Mattei deliberava di approvare la divisione tra il Comune e gli eredi legittimi sulle seguenti basi e condizioni: “1° Saranno assegnati al Comune per una parte il palazzo di Piazza Strozzi e il podere “la Casaccia”, in un luogo detto “La Bellariva”, liberi da ogni onere. 2°Saranno assegnati agli eredi legittimari tutti i rimanenti immobili nella condizione in cui oggi si trovano; 3° Le rendite del patrimonio dal giorno dell’aperta successione, fino a quello i cui la divisione avrà effetto, saranno ripartite a perfetta metà tra il Comune ed i legittimari…”

Mentre il Sindaco Giulio Chiarugi e la Giunta procedevano alla divisione del patrimonio (che avrebbe poi portato al contratto conciliativo rogato il 25 aprile 1910 dal notaio Tafani tra Comune ed eredi legittimi, che rinunciavano al ricorso presentato avanti la IV Sezione del Consiglio di Stato e ad ogni altra impugnativa del testamento), nell’adunanza del 24 gennaio 1910 in riferimento al ricorso del Comm. Biagi, quale Presidente dell’Opera Medicea, il sindaco Chiarugi stabiliva “intendo di non poter entrare in discussione nel merito dell’atto predetto, e quindi mi asterrò dal prendere parte a qualsiasi deliberazione” fino a negare “diritti ed ingerenze all’Opera Medicea Laurenziana sul fondo perché egli ha caratteri di una istituzione fatta a generale vantaggio della città, e non già a vantaggio degli enti speciali qual è l’Opera Medicea”. Nel verbale del 21 marzo del 1910 però, rigettando la delibera del Sindaco, l’Opera Medicea avanzava addirittura richiesta di “sistemazione della piazza di San Lorenzo, espropriazione e demolizione delle case di Via del Canto dei Nelli”. Il Presidente Biagi, che mai si perse d’animo, dopo aver avuto il 30 novembre 1911 uno “scambio di idee con l’assessore per le Belle Arti al quale era stato riservato la gestione del fondo” tornava a raccomandarsi il 6 febbraio del 1913 al Sindaco Marchese Filippo Corsini, che non a caso faceva parte anche del Consiglio di Amministrazione dell’Opera, “per la definitiva sistemazione della piazza e l’assegnazione annua di una parte delle rendite del fondo Mattei”.

I lavori della piazza e la scalinata del sagrato della Basilica furono ultimati nel 1915 come si può leggere nell’epigrafe dedicatoria incisa nel penultimo gradino “IL COMUNE DI FIRENZE CON LA RENDITA DEL LEGATO “FRANCESCO MATTEI DA SERAVEZZA” ANNO MCMXV ma la facciata della basilica ad oggi non è ancora stata realizzata.