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ANEDDOTI E CURIOSITA’ DELLA VERSILIA



La famiglia Bertelli. Da Prato alla Versilia

di Gabriele Noli


Da Prato alla Versilia il passo è relativamente breve. A due passi dal mare la famiglia Benelli ha costruito un impero. La Super Iride, un'azienda di insetticidi, ha fatto la fortuna di una delle dinastie più conosciute e chiacchierate della Toscana. Erano abituati a frequentare l'élite della società italiana, i Benelli. Lusso e divertimento, vizi e virtù di un'epoca apparentemente lontana e che pure qualche contatto coi giorni nostri ce l'ha. Sembra di riviverli, gli anni della "dolce vita", ascoltando Marino Campedelli. Nato a Firenze nel 1947, ha cominciato a frequentare sin da bambino la Versilia. E' il primogenito di Alice Benelli e di Aurelio Campedelli.

Dopo di lui sono nati Antonietta, Riccardo, Veronica e Francesca. Aurelio scompare prematuramente: la vedova Alice decide allora di trasferirsi a Torino con i figli.

E nel 1952 si sposa una seconda volta, con Gianni Giordana del Bulo. Marino cresce in fretta, ormai non è più un bambino. Grazie al suo patrigno entra alla Fiat, come apprendista. Comincia l'età delle frequentazioni importanti. Quelle torinesi, sono molteplici. Gli Agnelli (con Gianni, Marino girava in barca nelle acque della Versilia, meta vacanziera ancora prediletta della famiglia), i Pininfarina, i Lavazza, i Ferrero. Il Bar Platti e il Caffè Torino in Piazza Castello erano i salotti buoni della città della Mole Antonellina.

E' lì che Campedelli (ancora adolescente) entra in contatto con il gotha dell'imprenditoria italiana. Da Torino a Roma, senza dimenticare la Versilia, dove ogni anni Marino trascorreva in totale relax i mesi più caldi dell'anno. Cambiano i personaggi, non lo stile di vita. La "dolce vita".

Nel 1965, all'inaugurazione del Piper - una delle storiche discoteche della capitale - partecipa anche Marino, appena diciottenne. Un evento mondano esclusivo. Le celebrità dell'epoca, dall'attore Gigi Rizzi (grande amico di Campedelli), a Beppe Piroddi, senza dimenticare Rocky Agusta, c'erano tutte. Immortalate dal fotografo Rino Barillari, soprannominato "The King of Paparazzi". I divi erano il suo pane quotidiano, non se ne faceva sfuggire uno. Gli anni passano, i ritmi sono inevitabilmente meno frenetici. Per questo Marino si trasferisce a Forte dei Marmi, località più tranquilla rispetto alle grandi metropoli Torino e Roma. Trascorrere pomeriggi e serate in compagnia di gente importante era un piacere a cui Campedelli non sapeva proprio rinunciare. Il legame con Gigi Rizzi si fa ancor più saldo.

Le frequentazioni in riva al mare non si contano: Massimo Moratti, la cantante Raffaella Riva, il principe Sebastien Furstenberg, oltre a famiglie di potere e successo come i Bindi, i Rosi, i Fallani, i Borromeo. Una vita sempre in quinta, per Marino.

Grazie anche ai sacrifici di mamma Alice, che per motivi di salute è adesso ricoverata in una clinica di Firenze. I Benelli hanno lasciato il loro segno tangibile in Versilia. Alpo costruì a metà degli anni '50 la Bussola, discoteca che hanno sognare e innamorare svariati generazioni. La famiglia era proprietaria della zona delle Focette, poi venduta a lotti. Va ricordata pure quella che veniva chiamata l'area Benelli, a Lido di Camaiore.

Qui sorse il villaggio Benelli, una serie di palazzine anni '60.



Quando Bjorn Borg arrivava in Marbella per tornare campione

di Gabriele Noli


FORTE DEI MARMI. Dici anni ’70, e con la mente torni a un’epoca in cui la Versilia era ancora se stessa. Proprio 40 anni fa, a Forte dei Marmi, nacque il Tennis Club Italia: allora si giocava prevalentemente d'estate, dopo una giornata al mare, non si poteva proprio rinunciare ad una partita con gli amici. Tutto per puro divertimento, l’agonismo era un concetto pressoché sconosciuto.

La svolta di patron Sergio. Dal 1986, la svolta. L’arrivo di Sergio Marrai segnò un cambio di rotta, netto e deciso rispetto al passato. Il Tennis Club da quel momento in poi non sarebbe rimasto aperto solo d’estate, bensì tutto l’anno, con una scuola di tennis all’avanguardia e con un progressivo miglioramento delle strutture, che fanno di questo circolo uno dei migliori in Italia. Tutto grazie all’amore, all'impegno e ai sacrifici di Marrai, che adesso - vedendo i risultati strabilianti che la sua squadra sta ottenendo in A1 - non può che emozionarsi, compiacersi, inorgoglirsi. E anche i numeri gli danno ragione: la scuola di Tennis è frequentata da oltre 200 ragazzi e da circa 100 adulti di varie età e livello di gioco. Vi operano 6 maestri, 1 preparatore atletico ed 1 fisioterapista, con il conseguimento di 5 titoli nazionali e 35 regionali, 15 squadre iscritte ai vari campionati di categoria, sia giovanili che amatoriali.

La Marbella per Borg. Ma questi dati, per quanto esplicativi, da soli non testimoniano la grandezza - sportiva e non - di questo circolo. Ci sono, infatti, diversi aneddoti legati alla storia del Tc Forte: ad esempio quello relativo a Bjorn Borg, che nel 1989 scelse i campi di via dell'Acqua per prepararsi al ritorno nel tennis che conta. Si allenava tutte le mattine con Filippo Grasso, pure lui ex giocatore ed ora maestro proprio al Tc Forte. Borg non arrivava al campo con un’auto lussuosa, bensì accompagnato proprio dal giovane Grasso, che lo passava a prendere in hotel con la sua Marbella bianca. Filippo si sentiva un po’ imbarazzo, perché a parer suo un campione come Borg meritava ben altro. Eppure il fuoriclasse della racchetta non si faceva affatto questo tipo di problemi. Anzi, era sempre contento e ben disposto anche a scherzare durante gli allenamenti.

Villaggio e Bongusto. Un altro habitué del circolo era Paolo Villaggio, malato di tennis e costantemente a dieta: beveva sempre e solo acqua naturale quando aveva la racchetta in mano, ma finito di giocare si faceva condurre da patron Marrai nella cucina privata del circolo, mangiando tutto ciò che gli capitava a tiro. Anche Fred Bongusto era un affezionato del circolo: tutte le mattine disputava il consueto doppio con Marrai. Una volta, però, i due sentirono piangere un bambino dal campo accanto: aveva rotto la racchetta, ma aveva paura a dirlo ai genitori. Bongusto, allora, gliene regalò una delle sue.

I campioni. Oltre all’organizzazione di un torneo internazionale, non vanno dimenticati storici incontri di esibizione, a cavallo tra il ’92 ed il ’96 a cui hanno partecipato McEnroe, Noah, Ivanisevic, Leconte, Forget, Sanchez e tutti i migliori giocatori italiani del momento. E sempre in tema di grandi personaggi, come non ricordare i tornei con personaggi del mondo del calcio: Antognoni, Paolo Rossi, Facchetti, Burnich, Lippi, Valcareggi, Pruzzo, Baresi, Bergomi, Paolo Maldini, Alberatosi, Gullit, Evani, giusto per menzionarne alcuni. Un circolo - il cui vicepresidente è Paolo Bertolucci, fortemarmino doc e vincitore della Coppa Davis con l’Italia nel 1976 - che non dimentica mai di dare una mano a chi più ne ha bisogno. La solidarietà è un valore importante per Marrai e tutti i soci: l'ultimo aiuto concreto ha riguardato la realizzazione della casa famiglia presso l’ospedale Pediatrico Apuano di Massa.

Un sogno chiamato scudetto. Parlando di agonismo e risultati, dopo un primo anno di adattamento, nel 2011 il Tc Forte allenato da Andrea Parenti, è andata vicinissima al tricolore, senza conquistarlo. Nella finale dello scorso dicembre di Rovereto, il Castellazzo ha avuto la meglio sui versiliesi soltanto dopo il doppio supplementare. Una delusione grande, grandissima, ma che non ha certo spezzato il sogno di patron Marrai e dei suoi ragazzi: quello di diventare campioni d'Italia. Ci sta riprovando con un Filippo Volandri in più, un giocatore che, seppur nella sua carriera abbia vissuto periodi decisamente migliori, sta portando in dote al Tc Forte quell’esperienza e quella classe che forse mancavano. La débacle di Trento nella gara d’esordio - complice una superficie in cemento avversa ai terraioli versiliesi - è stata cancellata prontamente dai successi casalinghi contro Palermo prima e Circolo Aniene poi. La strada verso lo scudetto è ancora lunga e lastricata di ostacoli. Ma adesso la squadra ha una consapevolezza nuova, oltre alla tranquillità di non sentirsi crollare il mondo addosso, qualora il tricolore finisse ancora sul petto di altri. Perché il Tc Forte non è un semplice circolo, ma il ritrovo di tanti amici, tutti uniti da una stessa passione.




Beach soccer, la storia della squadra del Viareggio

L’altra domenica sfida in spiaggia

di Gabriele Noli e Claudio Vecoli


Cosa ci può essere di bello in una vita spezzata troppo presto? Niente. Assolutamente niente. Ma se è vero che una morte improvvisa e senza spiegazioni logiche getta in uno sconforto indescrivibile, allo stesso tempo può generare una forza smisurata per reagire ed affrontare il domani, pur dovendo fare i conti con un vuoto incolmabile. Per ricominciare, insomma. E' una storia carica di sentimenti ed emozioni forti, quella che riguarda i ragazzi del muraglione. Che il 12 novembre 2004 hanno perso un loro amico caro. Carissimo.

Quel giorno maledetto il ventitreenne Matteo Valenti perse la vita in un incidente sul lavoro. Era uno in gamba, Matteo. Serio, dedito al lavoro e che ogni estate non perdeva mai il vizio di concedersi una partitella in spiaggia con gli amici di sempre. E' stata una perdita dolorosa per tutti, in primis per il fratello Giacomo. Mesi neri, nerissimi. Fino a quando, quasi due anni dopo, fu creato un luogo che sarebbe servito per ricordare Matteo. Non doveva esserci silenzio, ma divertimento e aggregazione. E non è un controsenso. Nell'estate 2006 fu realizzato dalla Framevents il Beach Stadium, una struttura dove poter praticare sport estivi, rigorosamente su spiaggia. Fu intitolato a Matteo Valenti, ovviamente. Doveva spronare tutti i giovani, affinché non dimenticassero che nella vita va bene scherzare, ma senza trascendere. Perché c'è chi, proprio come Matteo, non ha più potuto farlo. A nove anni dalla scomparsa di Matteo, basta recarsi anche per pochi minuti al Beach Stadium (all'inizio della Darsena, nei pressi di quel muraglione che ormai ha fatto storia), per capire lo spirito che si vive, l'aria che si respira. Viene montato a maggio e smontato a settembre. Con le mani e le braccia consumate dalla fatica e dalla stanchezza, ma con gli occhi carichi di orgoglio. Un campo, due tribune, un'area vip ed un bar. Massima efficienza per accogliere squadre di tutta Italia quando arrivano per giocare Coppa Italia ed una tappa di campionato di beach soccer. Roba seria, insomma. E poi tanti tornei: il "Romani", il "Da Valle", ma soprattutto, il "Valenti".

Lo scorso anno sono state talmente tante le iscrizioni che Stefano Santini, mente e braccio della struttura, ha dovuto suddividere le squadre in più categorie. Tutti uniti nel nome di Matteo. Sulla sabbia ci si affronta e ci si scontra, anche duramente, perché la competizione non manca mai. Ma prima e dopo si è tutti amici, pronti in ogni momento a ricordare Matteo con un pensiero, una parola o un simbolico abbraccio. Undici mesi fa, quando fu presentato il torneo, i ragazzi si misero al centro del campo, si strinsero e ascoltarono "L'immenso" dei Negramaro, canzone divenuta simbolo di questo memorial. Beach soccer, ma anche volley, rugby, frisbee, tutto rigorosamente su spiaggia, senza dimenticare eventi dedicati al fitness (con la zumba a farla da padrona) e la festa a tema di Ferragosto. A dimostrazione che al "Beach Stadium" Matteo rivive sotto forma di sorrisi e spensieratezza.

Ma le pagine più belle di questa storia le hanno scritte quei ragazzi del muraglione, che dal 2010 si sono uniti nella squadra che rappresenta la loro città, Viareggio, girando l'Italia con quella maglia bianconera che non ci ha messo molto a diventare una seconda pelle. Che fosse un gruppo colmo di talento già si sapeva. E l'impressione che nel giro di pochi anni potesse arrivare ai vertici nazionali di questo sport, ha trovato riscontro nella realtà: sesti in serie A nel 2010, quinti nel 2011 e secondi la scorsa estate, battuti soltanto nella finale scudetto dal Terracina.

Ma esattamente un anno fa, il 3 giugno 2012, il Viareggio alzò il primo trofeo della sua storia: la Coppa Italia. La finale col Catania rimane ancora impressa negli occhi e nella memoria di chi l’ha vista. Perché i bianconeri, sotto 4-1, riuscirono ad imporsi 8-7, trascinati da un pubblico che rese il “Beach Stadium” una vera e propria arena. Ci sono alcuni fotogrammi di quella storica giornata che non si possono proprio scordare: il capitano, Simone Marinai, che dopo aver segnato corre e si inginocchia di fronte ai tifosi, i giocatori che si abbracciano al termine di una gara estenuante, sia fisicamente che mentalmente. Ma, soprattutto, le lacrime di Giacomo Valenti. Alza gli occhi al cielo e si commuove, Jeky, pensando al fratello Matteo che da lassù lo ha guardato e che, c’è da scommetterci, lo ha ringraziato per avergli fatto vivere una domenica speciale. Punta di peso, forte fisicamente, Valenti ha nelle rovesciate il suo marchio di fabbrica. Ogni volta che gliene riesce una, piovono applausi scroscianti, che diventano boati se il pallone finisce in rete. Ecco, questo gesto, la rovesciata, è diventata un simbolo. Il circus del beach soccer lo chiama “show- time”, l’abbinamento perfetto tra sport e spettacolo. Parte tutto da Matteo, comunque. L’allenatore Stefano Santini, il suo vice Massimo Belluomini, il vicepresidente Andrea Santini, il direttore sportivo Gian Simone Leonildi ed i giocatori bianconeri non perdono mai l’occasione per ricordarlo. Non con vanto, ma con soddisfazione. Tanta. Immensa. E’ una storia che ha fatto il giro di tutto il paese. Una di quelle che servono da insegnamento. Il Viareggio è una squadra conosciuta ed apprezzata non soltanto perché formata da giocatori del posto, senza stranieri (naturalizzati o no, poco importa), ma proprio perché veicola valori umani che vanno ben al di là delle qualità tecniche, comunque considerevoli.

Quest’anno, a differenza del 2012, in Coppa Italia è andata male. Il Viareggio, infatti, è uscito in semifinale ai rigori contro la Sambenedettese che poi ieri ha vinto la coccarda tricolore. Ma non sono certi dei tiri dal dischetto che possono ridimensionare ambizioni e voglia di successo di una squadra che di estate in estate è diventata sempre più forte. E mettiamoci pure che i vari Marinai, Ramacciotti, Gori, Matteo Marrucci, Carpita, Valenti e Di Tullio hanno vestito a turno, e lo stanno facendo tutt’ora, la maglia della Nazionale. Viareggio è ormai diventata una realtà concreta del beach soccer sotto ogni punto di vista. Ci insegnano che bisogna sempre ricordare da dove si è partiti, per non smarrirsi durante il viaggio. Nel caso specifico il problema non si pone. Perché il punto di partenza, l’origine, la causa scatenante (ognuno lo definisca come meglio crede) non viene mai messo da parte. C’è un cartellone a ricordarlo. Si trova vicino al bar ed è ben visibile. Per far presente a quei pochi che non conoscono la storia del “Beach Stadium”, che tutto è partito da una tragedia. Una morte che dà vita a qualcosa. Già, davvero un bel paradosso. Ma si sa, i viareggini sono gente di mare, pronta a tutto. Finito il tempo dei pianti a dirotto, del senso di smarrimento e dello sconforto più totale, alcuni di loro si sono rimboccati le maniche ed hanno realizzato un impianto che da maggio a settembre coinvolge, unisce, aggrega e fa divertire. Tutti, viareggini e non soltanto, devono essere orgogliosi di Stefano Santini e dei suoi ragazzi. Soprattutto di due: Jeky e Matteo. Già, perché anche Matteo è uno di loro. Anche se non gioca, ma guarda i suoi compagni, nonché amici, farlo da lassù.



Quei treni così vicini fanno paura. Tre strade, stessa richiesta: un muro

di Gabriele Noli


n deragliamento. Una cisterna di Gpl che esplode. L’inizio dell’inferno. Via Ponchielli non esiste più. Le abitazioni, vicinissime alla ferrovia, sono danneggiate, inagibili.

 Ci sarebbero potute essere altre via Ponchielli a Viareggio, città di strade in cui la distanza tra case e binari è minima, pressoché nulla. Via Guido Rossa, via F.lli Menesini, via Martiri di Belfiore. Tre strade in tre diverse zone, stessa situazione.

 Via Guido Rossa. È a Torre del Lago, lato monte della ferrovia, ci si arriva da via della Guidicciona Est. Lo scenario è eloquente: totale assenza di protezione, erbacce nei pressi delle rotaie, con tanto di calcinacci. C’è solamente una recinzione. Bassa, troppo bassa. Non supera i 50 cm di altezza. Qui abitano molte famiglie con bambini, che spesso scendono per strada a giocare. Un rischio vero. «Stiamo chiedendo insistentemente al Comune di costruire un muro di protezione adeguato - dice Elena Paolini, una residente di via Guido Rossa - che serva anche a ridurre i rumori provocati dai treni in transito. I merci passano soprattutto la notte, a velocità sostenuta, sicuramente oltre il limite stabilito».

 Via F.lli Menesini. Si trova all’ex Campo d’Aviazione. In alcuni casi, i giardini delle abitazioni sono a contatto con la ferrovia. A differenza di Torre del Lago il muro c’è, seppur più basso in prossimità di via delle Stelle. Gli abitanti oramai sono rassegnati, non hanno assolutamente fiducia nell’intervento delle Ferrovie.

 «Chi abita qui ormai si è abituato ai rumori - ci dice Alessandra Carlino - i treni passano continuamente. Ci era stato promesso un intervento che avrebbe risolto il problema. Visto che niente è stato eseguito, qualcuno ha ripiegato su rimedi privati. Ad esempio l’utilizzo di vetri doppi che riducono le vibrazioni e i rumori provocati dal passaggio dei convogli».

 Dello stesso avviso Marco Dondolini, residente nell’adiacente via delle Stelle: «Viviamo qui da tanti anni, il passaggio dei treni può impressionare chi non risiede qui, ma per noi è ormai una consuetudine. È chiaro, però, che da quando è deragliato il treno il 29 giugno, al passaggio notturno di un convoglio merci ci capita di svegliarci e di pensare immediatamente alla tragedia».

 Via Martiri di Belfiore. È la strada parallela alla Aurelia Nord, subito dietro al supermercato Esselunga. Qui le abitazioni sono più distanti dai binari. Li divide una strada a doppia corsia. Ma la situazione è sempre critica.

 «In questa zona i rumori sono all’ordine del giorno. Siamo vicini al cavalcavia Barsacchi - racconta Luciana Balduini, una residente - quindi anche il passaggio delle auto e dei camion è fonte di disturbo, non solo quello dei treni». La signora poi racconta una storia che assume i connotati del bizzarro: «Qualche anno fa le Ferrovie posizionarono nella mia abitazione dei rilevatori di suono per misurare la rumorosità dei convogli in corsa. Peccato però, che il giorno dopo era in programma uno sciopero dei treni».

 Tre vie, stessa situazione. Con i treni che continuano la loro corsa. Folle, in certi casi. Ad un passo da portoni e balconi, protetti da niente. «In via Ponchielli sarebbero bastate le barriere antirumore - grida con quanto fiato le resta la signora Marcella Comelli, dal 29 giugno senza casa -. I vetri doppi che avevo installato nella mia abitazione hanno resisitito alle onde di calore e fiamme fino all’arrivo dei vigili del fuoco!».



Un nome, un destino Andrea approda all’Academy Ferrari

Il preparatore atletico, che di cognome fa Ferrari, da 4 anni segue i piloti emergenti del Cavallino in giro per il mondo

di Gabriele Noli


Il destino di Andrea Ferrari era già scritto nel suo cognome. Voleva diventare un preparatore atletico di successo, ha coronato il suo sogno a fine 2010, quando la scuderia di Maranello l’ha chiamato, proponendogli di entrare nella Academy.

Un’offerta irrinunciabile, che il viareggino ha colto al volo, senza indugi.

La svolta è arrivata a trentun anni, dopo tante esperienze, tutte diverse tra loro, che hanno permesso ad Andrea di formarsi, migliorarsi, perfezionarsi. Da ragazzo amava lo sport nella sua forma più pura, lo praticava per il gusto di divertirsi e di sentirsi bene con se stesso, col suo fisico e con la sua mente. Una ricerca del piacere personale che si è tramutata ben presto in uno scopo professionale da raggiungere. Tanta teoria, tra università e master, a cui ha fatto seguito la pratica. Doveva logicamente farsi le ossa, dare un senso pratico agli anni di studio.

«Facevo l’istruttore in palestra ed in estate insegnavo nuoto ai bambini - racconta -, era un modo per affacciarmi a quello che speravo sarebbe diventato, un giorno, il mio lavoro». Non ha impiegato molto tempo a dimostrare di essere polivalente, cioè capace di adattare le sue competenze a sport diversi, tra loro privi di punti di contatto, all’apparenza. Ciclismo, motori, tennis, volley e beach soccer. Non si è fatto mancare praticamente nulla.

Conserva bei ricordi delle esperienze passate, tutte utili per affrontare al meglio le responsabilità che il suo ruolo dentro la Ferrari Academy gli impone.

Il rapporto con il “cavallino rampante” è nato oltre quattro anni fa: «All’inizio collaboravo da esterno, perché già seguivo Jules Bianchi (pilota che adesso corre in F1 con la scuderia Marussia, ndr). La Ferrari decise di cambiare in blocco lo staff che si occupava della preparazione atletica e della nutrizione dei ragazzi e mi offrì il posto. Non potevo crederci, ero emozionato e allo stesso tempo orgoglioso di me. Quella chiamata è stata il coronamento di tantissimi sacrifici». La sua vita è cambiata drasticamente, era inevitabile che fosse così. «Dall’inizio dell’anno sono stato a Viareggio soltanto una quindicina di giorni, gli altri li ho passati in giro per il mondo». Quattro piloti, ognuno impegnato in un campionato differente, sono un impegno tosto. Jules Bianchi (Formula1), Raffaele Marciello (Gp2), Antonio Fuoco (Formula3 Euro Series), Lance Stroll (Kart). Sono loro i quattro ragazzi che Andrea segue, sotto ogni aspetto, non solo quello fisico: «Il mio compito è quello di far rendere al massimo i piloti ottimizzando la loro condizione atletica. Per ognuno di loro c’è un programma personalizzato, che varia a seconda della corporatura e del tipo di vettura che devono guidare». È una vita movimentata, quella di Andrea, dove ogni giorno non è mai uguale all’altro. Infinite gratificazioni professionali, ma anche affetti che molto spesso restano lontani: «Stare lontano dalla mia famiglia è sicuramente la parte peggiore del mio lavoro, è un aspetto con cui però riesco a convivere. Sono un essere umano anche io, capita di attraversare qualche fase di scoramento. È in quei momenti che bisogna avere la forza di non mollare e guardare avanti». Anche perché Andrea è diventato una specie di fratello maggiore dei piloti della Academy: «Di base, dal lunedì al venerdì, vivo a Maranello coi ragazzi. Devo preoccuparmi di tutte le loro esigenze: li ascolto se devono sfogarsi, do qualche consiglio, ormai sono diventato anche psicologo» racconta scherzosamente.

C’è un episodio ben preciso che fotografa l’esatta dimensione del lavoro di Andrea: «Jules in Ungheria ebbe un incidente, si fratturò due vertebre. Fu portato d’urgenza all’ospedale militare e per cinque giorni rimasi con lui, a sua totale disposizione. Dormii nel letto accanto al suo». Parla di quell’episodio col sorriso sulle labbra, anche se fu un’esperienza tutt’altro che allegra.

La parte migliore è senza dubbio quella dei gran premi: «Durante prove libere e qualifiche sto nel box, mentre in gara mi piazzo al muretto e indico i tempi a Bianchi». Che corre nella Marussia. Non è una scuderia satellite della Ferrari. Andrea segue Jules sin dai tempi di Viareggio: «Con lui come con gli altri piloti della Academy si è creato un bel feeling: è una componente essenziale per far sì che le cose vadano nel verso giusto».

Ovviamente in questi anni ha conosciuto Fernando Alonso, pur non lavorandoci a stretto contatto: «L’ho incontrato diverse volte a Maranello, è un ragazzo disponibile, così come lo era Massa (sostituito quest’anno da Raikkonen, ndr). Con Felipe avevo uno splendido rapporto».

Andrea è felice di ciò che fa, ma in lui arde ancora il fuoco dell’ambizione: «Sarebbe un problema se così non fosse – ammette serenamente – il segreto è fare le cose provando a metterci sempre qualcosa di nuovo, senza dare mai niente per scontato».



La giovane stilista che vuole mordere la Grande Mela

Eura Selvaggia Gatta da due anni vive a New York dove lavora in fashion house e disegna una linea tutta sua

di Gabriele Noli


Due lavori (uno full-time, l'altro part-time) in altrettante fashion house e una linea di moda personale da portare avanti. Una vita impegnativa ma gratificante, quella che Eura Selvaggia Gatta conduce. A New York. Non è un dettaglio di poco conto questo. Viareggio non è la città ideale per chi pensa in grande. Questa ragazza di 25 anni - figlia di Fabrizio Gatta, organizzatore di eventi Burlesque - lo ha capito nel 2012: uno stage nella “grande mela” le ha fatto cambiare radicalmente le prospettive per il suo futuro. È tornata in Italia per laurearsi – in Moda & design a Firenze – poi ha fatto i bagagli con in mano un biglietto di sola andata per gli Stati Uniti.

«Con New York è stato amore a prima vista – confessa – ho capito che era lì che volevo trasferirmi per provare a realizzarmi. Viareggio non era più una realtà adatta a me e anche Firenze, per quanto sia una bellissima città, dopo qualche anno mi aveva stufata». Problema che adesso non si pone più. Vita frenetica, giornate colme di impegni, di vestiti che da idea diventano sostanza. Il tirocinio alla “Garo”, una casa di moda molto conosciuta tra gli addetti ai lavori, è stato il primo approccio con un mondo tutto nuovo.

Stimoli, ma anche difficoltà: «Quei tre mesi di prova mica me li hanno pagati, ho dovuto provvedere da sola a tutte le spese. Però i vertici dell'azienda mi dissero di laurearmi e di tornare, che un lavoro me lo avrebbero garantito». E così è stato. Eura qui disegna abiti su precisa richiesta dei clienti. Dà concretezza a una passione nata nel periodo adolescenziale.

«Un giorno guardai un programma su Mtv, dove vedevo stiliste che ideavano e realizzavano abiti. A diciassette anni mi sono iscritta a un corso di cucito a Viareggio ed ho fatto pratica con la stoffa che la mamma del mio migliore amico mi aveva comprato e poi me ne sono andata a Firenze per seguire un corso di laurea adatto a quelle che sono le mie aspirazioni. Io volevo indossare i vestiti che piacevano a me, non agli altri».

Testarda e motivata. Con questa forza di volontà non avrebbe avuto problemi ad ambientarsi a New York, «anche se c'è voluto molto tempo prima di completare tutte le pratiche, specie per il visto: è stato un parto (scherza, ndr)».

Nel dicembre del 2013 per Eura le cose cambiano, in meglio: «Sono stata contattata per un colloquio da un'altra agenzia di moda, la Saks. Adesso questo è diventato il mio lavoro a tempo pieno, mentre l'altro è diventato un part-time. I clienti sono facoltosi ed esigenti, bisogna cucire abiti su misura».

E nel (poco) tempo libero che le resta, Eura si dedica alla sua linea di moda, la “Esg”: «Prendo spunto dalla mia vita newyorkese, ma sono abiti che si potrebbero vedere tranquillamente anche in Italia, non sono poi così eccentrici: mi baso molto sui giochi geometrici».

A marzo ha partecipato ad una sfilata: alcune modelle hanno indossato le sue creazioni. Una gran bella soddisfazione, tenendo sempre presente che la coordinata spaziale è la “grande mela”, una delle capitali mondiali della moda.

«Lavoro sei giorni la settimana, a volte anche sette. Qui si richiede grande flessibilità: può capitare che l'azienda abbia bisogno di te anche la domenica. Però non ne faccio un problema, so adattarmi bene».

Trasferirsi all'estero può essere gratificante, professionalmente parlando, ma gli affetti? «Mamma e papà mi mancano, è ovvio: vengono a trovarmi quando possono. A Viareggio ho lasciato tanti amici: con loro mi sento spesso tramite internet».

Proprio su Facebook viene spesso contattata da viareggini interessati a trasferirsi a New York: «Mi scrivono anche ragazzi che non conosco - spiega - mi chiedono ogni genere di informazione, da quanto costa vivere qui, a dove si può alloggiare. Tutti pensano che sia facile ottenere i permessi: per esperienza personale posso garantire che non è così». E se lo dice una che negli Stati Uniti d’America ci vive ormai da due anni, c'è da crederci: «Io non mi sento di dare consigli, rimarco sempre che bisogna adattarsi. Il tempo per pranzare è sempre poco, a volte mi capita mi mangiare in metro. È questa la routine a New York». E il cibo? «La situazione non è disastrosa come Londra, ma non aspettatevi di mangiare pasta tutti i giorni. Negli ultimi giorni sono andati avanti a cinese, indiano e messicano (ride, ndr)».

Vive serenamente (al di là dei ritmi frenetici) il presente, senza trascurare il suo futuro. «Già oggi mi sento content« e realizzata – dice – anche se l'apice della soddisfazione lo raggiungerei se venissi contattata da un grande negozio per disegnare abiti. Non mi ci vedo a lavorare per uno stilista a qualche collezione». Sempre a New York: «Al momento direi proprio di sì: è qui che si possono trovare le migliori opportunità professionali. Poi chissà, in un domani potrei spostarmi altrove, ma non adesso».




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